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Come porre fine all’insostenibile leggerezza della politica estera Italiana

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La politica estera italiana si basa su presupposti di subalternanza agli Stati più forti politicamente ed economicamente, quindi sia europei che extraeuropei.

Il fenomeno di immigrazione selvaggia alla quale l’Italia e la Grecia sono esposte ormai da anni, all’interno di un gioco più grande di loro, dovrebbe ormai averci fatto capire come la cosiddetta Europa unita lo è soltanto dal punto di vista ideologico e propagandistico.

Non esiste nessun legame fraterno, solidale o reciproco ad eccezion fatta dalla moneta che nulla ha a che vedere con tutto ciò ad eccezione della reciprocità dovuta al cambio fisso.

L’Euro, la catena che ci tiene al giunzaglio della Germania, della Commissione europea e della BCE è l’unico legame che ci unisce, giocoforza, ad un moto geopolitico che ci trascina come l’ultima ruota del carro, nel vortice delle conseguenze.

È successo con la guerra in Libia della finta primavera araba; lo abbiamo rivisto con l’embargo all’ Iran prima ed alla Russia poi; lo vediamo riconfermare da anni con il boom dell’importazione di “risorse da parcheggiare” oggi.

Anche le recenti strategie messe in atto da Macron, che ci hanno di fatto tolto dal tavolo politico con la Libia sono l’ennesima dimostrazione di quanto Francia e Germania siano come da sempre impegnate in manovre colonialiste ed espansionistiche.

 


 

La Francia stessa ci ricorda il suo peso e la sua presenza fisica nel continente africano commerciale e MILITARE.

Il rovesciamento di Gheddafi, teso a scongiurare la creazione di una moneta africana ed a sbalzare l’Italia dal rapporto privilegiato per l’import di greggio da Libia ed Egitto dimostra che gli interessi colonialisti di due dei principali attori europei: Inghilterra e Francia non si sono mai sopiti.

In quest’ottica, persino il caso Regeni parrebbe non essere estraneo ai fatti che ci mettono ad una certa distanza dai pozzi petroliferi che l’ENI stessa ha scoperto al largo dell’Egitto e sui quali vantava un conseguente diritto di prelazione.

Per non parlare dei fatti immediatamente successivi alla caduta di Gheddafi, che riguardano il controllo sui pozzi libici.

La mia opinione è che per correggere il fenomeno immigratorio e porre le basi per una ripresa della normalità in Africa non basti semplicemente “aiutarli a casa loro”.

Che cosa significa poi? Non ce l’ha ancora spiegato nessuno.

Verosimilmente si tratterebbe di pagare perché se ne stiano a casa propria, che potrebbe significare ARMARE gli eserciti al di là del Mediterraneo.

Storia già vista.

 


 

Ritengo che il modo principale ed immediato di cooperare sia farlo commercialemente e politicamente.

Se il problema viene da sud ed i vincoli stanno a nord, a me pare piuttosto scontato che ci si debba liberare dei vincoli e tornare a dialogare per capire le cause del problema.

Cooperazione significa spostare il baricentro delle nostre attenzioni nel Mediterraneo.

Come dice Nino Galloni, occorre ripristinare il NATURALE habitat commerciale con i Paesi mediterranei.

Lo scambio commerciale, lo sappiamo dai tempi di Marco Polo, è solamente una porta per condividere saperi e culture.
In altre parole conoscersi e comprendersi a vicenda.

 


La stagnazione economica, culturale e finanziaria europea apre all’interesse verso zone del mondo da dove arriveranno le cose più interessanti grazie alla possibilità di maggiore fermento se si riusciranno ad attuare le condizioni migliori.

Quelle più vicine a noi sotto tutti i punti di vista sono il nord Africa e il Medio Oriente.


 

La pluri millenaria storia italiana ci ricorda che l’Italia ha molto più da spartire con i Paesi mediterranei e medio asiatici, piuttosto che con quelli continentali; Libia, Iran, Egitto in particolare.

Dialogo significa anteporre l’interesse verso il prossimo invece che verso ciò che possiede per sottrarglielo.

Ragionare al di fuori degli schemi precostituiti dell’interesse univoco sostituendolo con il benessere reciproco è l’unica chiave in cui l’Italia deve agire.

 


 

Smettiamo di banalizzare l’analisi dei problemi facendoci strumentalizzare dalla cronaca e dalla narrazione superficiale dei giornali.

Come ripeto spesso, in economia, come in sociologia, in politica, ecc. dovremmo abituarci ad osservare i fenomeni che (ci) accadono ora da vicino, ora da lontano, imparando ad utilizzare la lente di ingrandimento tanto quanto il cannocchiale.

Ad ogni punto di vista specifico ne corrisponde uno generale.
Al micro corrisponde il macro che lo influenza.

microeconomia-macroeconomia, politica-geopolitica, ecc..

Se imparassimo a considerare le cose anche da un PUNTO DI VISTA PIÙ ALTO forse smetteremmo di pagare per l’insostenibile leggerezza della politica estera Italiana e cominceremmo a godere dei vantaggi che comporta il reciproco rispetto e la reciproca curiosità tese al raggiungimento del bene comune.

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